Il nostro impegno contro il virus:
speranze e paure dei volontari

Questa sezione del nostro sito raccoglie le testimonianze scritte di alcuni Volontari che hanno affrontato l’emergenza Coronavirus. Il progetto, ideato dal Comitato di Merate della Croce Rossa Italiana, vuole comporre un racconto corale delle settimane più colpite dall’epidemia, attraverso gli occhi di chi era chiamato in prima persona a soccorrere i malati di Covid-19. A seconda della scelta personale del Volontario, gli scritti sono firmati o anonimi.

Puoi fare la differenza. Con una semplice donazione, anche di piccolo importo, potrai supportare tutte le attività della Croce Rossa Italiana – Comitato di Merate.

Annalisa

Faccio parte della Croce Rossa Italiana da quasi dieci anni. Mi sono sempre dedicata per lo più ad attività di emergenza, e negli ultimi anni ad attività di formazione: sono istruttore BLSD ed istruttore ECG. In CRI ho iniziato ad appassionarmi ad un mondo che poi è diventata una professione: sono infermiera, e mai come in questi ultimi mesi sono orgogliosa di esserlo. Non ho vissuto il periodo del Coronavirus da volontaria del soccorso, per scelta: in parte perché i turni lavorativi si sono fatti parecchio più intensi, in parte perché desideravo “proteggere” da un possibile contagio le persone che mi stavano attorno, gli altri volontari e i pazienti.
E’ stata una battaglia complessa: i primi giorni in reparto Covid sono stati i più difficili. Il momento della vestizione, eseguito con cura e attenzione. Il caldo e il sudore sotto gli strati di indumenti protettivi. La ridotta manualità dovuta alle due o tre paia di guanti: anche eseguire un semplice prelievo venoso è una bella impresa. La visiera che si appanna. La mascherina che taglia il naso e le orecchie. L’odore fastidioso della candeggina. La gola arsa. Il rumore dell’ossigeno ad alti flussi nei caschi CPAP. Il telefono che squilla quasi incessantemente: familiari che preoccupati chiedono notizie dei propri cari.
Per 7, 8, 10 ore.
Tanti pazienti da gestire, con un’alta complessità assistenziale, per lo più giovani e parecchio instabili. Pochi posti a disposizione in rianimazione, e il quesito quotidiano: chi intubare e chi no in caso di peggioramento?
E poi la morte, che si presenta a pazienti lucidi e perfettamente consapevoli di quanto sta accadendo. La solitudine delle stanze di ospedale, in cui molte mani abbiamo stretto sino all’ultimo respiro. Nuclei familiari disgregati da un virus che non fa sconti. E penso che è proprio vero che al dolore non ci si abitua mai…
Le notti insonni, gli incubi ricorrenti. I pianti silenziosi. Sono tanti i volti, le vite, le storie che tornano alla mente: ricordi che lasciano solchi indelebili.
Le videochiamate quotidiane dei miei genitori, i messaggi pieni di affetto degli amici.
E poi, finalmente, le prime guarigioni. I posti letto che rimangono vuoti per mancanza di persone da ricoverare. I “reparti Covid” chiusi e sanificati, destinati a tornare “reparti puliti”.
E io oggi, come ieri e come domani, sono fiera della mia professione, che mi sembra la più bella del mondo perché è fatta soprattutto di ascolto, di empatia e di vicinanza. In questi mesi siamo stati (e continuiamo a essere) i nipoti, i figli, i genitori delle persone che abbiamo assistito. Abbiamo accolto i loro timori, le paure e il loro dolore, abbiamo gioito dei miglioramenti. L’abbiamo sempre fatto, e continueremo a farlo, perché questa è la nostra essenza.

Marianna

Cos’è stato il Covid-19 per me, volontaria di Croce Rossa? Non è stato fare emergenza, non è stato indossare la tuta, non è stato guardare negli occhi il paziente e condividere le sue ansie, le paure. Non essendo attualmente operativa per il servizio di emergenza, ho vissuto questo periodo di pandemia da Covid-19 in maniera indiretta: attraverso i racconti, le emozioni e le espressioni dei miei colleghi e dei miei amici. La mia anima da volontaria è stata invasa da sentimenti contrastanti: il sentirsi in colpa per non poter essere di aiuto, una sorta di “invidia” nei confronti di chi è operativo e il voler dare una mano a tutti i costi. Penso che quest’ultimo sia stato quello prevalente in me. Anche se il mondo della sanità è (spero) provvisoriamente cambiato, ci sono alcune cose che non possono essere modificate. Ci sono persone che per sopravvivere hanno bisogno di fare la dialisi ed essere accompagnate in ospedale. Fare il volontario, significa essere di aiuto anche in queste attività. Durante l’isolamento inoltre la gente non poteva uscire ed è stato istituito il servizio di consegna della spesa a domicilio: anche questi piccoli compiti hanno la loro importanza. Quello che però ho vissuto in maniera diretta è stata l’esperienza dell’untrice. Avessi preso un pugno allo stomaco, mi avrebbe fatto meno male. Sono stata allontanata, in quanto volontaria di Croce Rossa, per la paura di un possibile contagio e l’ho saputo tramite terze persone. Ingenuamente non lo avevo capito e tutto questo mi ha riempito di rabbia e di tristezza. Come volontaria non ho mai avuto paura del contagio durante i servizi che svolgevo, neanche quando mio marito (anche lui volontario) tornava a casa dicendomi che era stato a contatto con pazienti potenzialmente o sicuramente positivi. Le possibilità di contagio sono minime se vengono prese le dovute precauzioni. Forse è più facile essere contagiati andando in luoghi pubblici dove le persone pensano di essere intoccabili, non indossano la mascherina e non mantengono la distanza di sicurezza. La situazione è già difficile. Essere anche considerati potenzialmente contagiosi, non è una bella sensazione e ti lascia veramente l’amaro in bocca. Voglio pensare positivo e sperare nel buon senso delle persone, così che tutto andrà bene.

Luisella

In tanti mi hanno chiesto cosa suscita in me la parola Covid e anch’io, come tanti altri volontari che hanno agito in ambito sanitario, la collego ai sentimenti di paura, smarrimento, incredulità e incoscienza. Ma la definizione più incisiva che attribuisco a questa parola e che mi crea una stretta al cuore è “distanza”. Era inizio marzo, una giornata di sole primaverile che invogliava più ad una passeggiata all’aria aperta piuttosto che ad un turno in Croce Rossa. La gente era per strada e la parola lockdown era sconosciuta. Una selettiva ci destina in un paese della bassa Brianza per un caso sospetto Covid. Arrivati sul posto, ci vestiamo e saliamo in casa. Veniamo accolte da alcune donne senza mascherina che ci conducono in camera dove un prete, visibilmente affaticato e sofferente , ci riporta le sue condizioni cliniche. Ometto il racconto della procedura del servizio, fermandomi a parlare di me. Io, che non ho mai perso di vista l’importanza del dialogo con il paziente ed entrare in sintonia con lui, mi sono trovata questa volta ad agire con la massima freddezza e distacco. Conforto, rassicurazione, attenzione al suo aspetto psicologico erano ben lontani dal mio agire. Lo guardavo negli occhi e vedevo la stessa paura che, penso, avrebbe visto lui nei miei se avesse potuto, visto che indossavo la maschera puntualmente appannata. Domande sterili, di routine intervallate da risposte brevi e concise hanno caratterizzato il nostro dialogo. Anche il viaggio in ambulanza è stato silenzioso, rotto solo dal suono della sirena che sottolineava in maniera incisiva il momento. Non l’ho più rivisto, ma so che si sta riprendendo molto lentamente. E quando tornerà nella sua parrocchia, mi sono ripromessa di andare a trovarlo e chiedergli scusa. Quel giorno aveva bisogno di quella Umanità della Croce Rossa che condivido e rappresento e che però non ho saputo dare.

Volontaria

Tutto è iniziato a fine febbraio con il blocco delle scuole, molti commentavano che il Covid era solo una banale influenza, che l’avremmo presa tutti e che non sarebbe successo nulla. Sostenevano che per l’influenza stagionale si muore molto di più. Ricordo la rabbia e lo smarrimento di fronte a queste persone: come facevano a non capire? Tutti i morti che c’erano stati in Cina non erano forse significativi? O forse avevano ragione loro ed ero io a essere troppo preoccupata? E poi ecco che il secondo focolaio più grande colpisce la Lombardia, prima nel lodigiano per poi salire più su nella bergamasca. Il virus non si ferma, si espande veloce e devastante come gli incendi estivi nei luoghi più caldi e secchi. Il virus però non si vede, si muove da una provincia all’altra, da uno Stato all’altro e via via tutte le Nazioni del mondo sono alla presa con la conta dei contagiati, dei posti in terapia intensiva, dei morti. Ognuno reagisce a suo modo, chi chiude tutto, chi non chiude nulla, chi conta i contagiati, chi finge che vada tutto bene. La quarantena l’ho vista soprattutto per strada. Ogni giorno per andare in Croce Rossa percorro poco più di 10 km: ricordo che alle volte non incontravo nessuno in tutto il tragitto. Ricordo la strada completamente vuota, deserta, come se fossi rimasta solo io. Non un rumore, non una persona. Pensavo “meno male che le restrizioni vengono rispettate”, ma allo stesso tempo acceleravo per arrivare prima in sede. Lì tiravo un sospiro di sollievo, ero contenta di vedere che qualcuno, oltre a me, c’era. Con il tempo poi mi sono abituata a questa situazione: l’essere umano in questo è speciale, si abitua a tutto pur di sopravvivere. In Croce Rossa abbiamo organizzato insieme al Comune un servizio per portare la spesa e i farmaci a domicilio: le richieste erano molte e non nascondo la fatica nella gestione dei servizi, dispiaceva non poter aiutare di più, non poter arrivare ovunque, ma le risorse erano limitate e ci imponevano di mettere dei paletti. Questi servizi, così come quelli ordinari quali il 118 o il trasporto in ospedale delle persone che devono fare la dialisi, venivano effettuati (e ancora oggi è così) con la mascherina, i guanti e quando necessario la tuta protettiva. Per continuare a prenderci cura degli altri, prima di tutto abbiamo dovuto occuparci di proteggere noi stessi. In ogni servizio si mantengono le distanze, la spesa e i farmaci si appoggiano vicino al cancello, si ritirano i soldi tendendo il braccio per mantenere almeno il metro. In dialisi si resta fuori dalla sala d’attesa, in corridoio, per non creare assembramenti. Si esegue regolarmente la sanificazione della sede e dei mezzi di trasporto, tutto è disinfettato ogni settimana, ogni giorno. L’emergenza “calda” forse è terminata, con cautela il mondo riapre e si prepara ad un nuovo inizio. Il Covid non è certo sparito nel nulla, ma un passo alla volta si deve ricominciare. Con attenzione, con la mascherina, con le distanze, ma si ricomincia.

Luigi

Personalmente non ho un ricordo preciso di quando è iniziato tutto ciò a livello personale. La cosa che ricordo è che si cominciavano a vedere i telegiornali che parlavano di epidemia in Cina. Giocoforza si cominciava a pensare che sarebbe arrivata anche da noi in Italia, infatti in parallelo Croce Rossa cominciava ad inserire nuovi protocolli per noi Volontari, nuove procedure, un nuovo modo di lavorare al quale ovviamente non eravamo abituati, nessuno di noi lo aveva mai fatto prima e quindi eravamo un po’ impreparati a tutto ciò. Ovviamente il tutto si è trasformato in un uragano, le relazioni che fino a ieri consideravamo normali sono profondamente cambiate e questo lo vediamo nelle poche cose che ancora riusciamo a fare, ad esempio fare la spesa. File di persone, a distanza l’una dall’altra, tutti coperti da mascherine, cose che fino a qualche tempo fa ci sembravano un film di fantascienza. Personalmente in quanto Volontario ho delle preoccupazioni in più. Faccio il turno in Croce Rossa, al rientro dal turno mi domando: avrò fatto tutto in maniera corretta? Sarò stato contagiato? Perché il dubbio ti viene, è inevitabile, è inutile nasconderlo.

Poi fortunatamente mi rispondo che avendo utilizzato i DPI in maniera corretta la possibilità di contagio è pari a zero. Le mie giornate in questo periodo si svolgono a casa: ho la fortuna di poter lavorare in “smart working” e quindi la differenza è relativa. La grossa differenza che riscontro è quando vado a fare il turno in Croce Rossa: li è cambiato tutto. Nel senso che io sono uno dei tanti che vedete oggi sui media vestito con la tuta bianca, gli occhialoni, la mascherina e la visiera. Il dover operare con una tuta che ci ricopre completamente, che ti rende difficile la respirazione, ti rende difficile la visione perché gli occhiali si appannano, il dover rispettare dei protocolli utilissimi, ha stravolto completamente il nostro modo di operare, non solo i Volontari di Croce Rossa ma i Volontari di tutte le associazioni, nessuna esclusa.

In questo periodo si nota una solidarietà tra di noi, marcata, perché tutti noi, ogni Volontario, ogni persona ha paura, solamente la affrontiamo. L’unica cosa che possiamo fare è affrontarla. Dire “io non ho paura” è sbagliatissimo, perché la paura sono convinto che ci protegga. Ciò non toglie che qualcuno deve farla questa cosa di soccorrere le persone e deve essere fatta in maniera corretta, in maniera giusta, con le adeguate protezioni, cosa che fortunatamente Croce Rossa ci permette di fare. A noi non manca nulla, abbiamo avuto modo e maniera di organizzarci per tempo, quindi ad oggi non abbiamo problemi di DPI. A livello personale, svestiti i panni da Volontario, chiaramente il Coronavirus ha inciso nella mia vita familiare. Ho una mamma anziana che ha varie patologie, ed è quindi considerata una persona fragile. Lei fatica a capire cosa sta succedendo e cosa le si sta muovendo intorno e di conseguenza fatica a capire anche le precauzioni che io prendo nei suoi confronti come andarla a trovare il meno possibile, presentarmi con guanti e mascherina. Per una persona anziana, tutto ciò è chiaramente più complesso. Questo non toglie che le cose debbano essere fatte in un certo modo, io cerco di spiegargliele, a volte anche invano, visto che non le capisce, però continuo a spiegargliele e continuo a comportarmi con prudenza.

Se fino a poco tempo fa la frase “come va, tutto bene?” era a volte una domanda retorica, oggi questa domanda ha un senso molto più profondo per me e gli altri. Ci si sente più di prima, anche senza vederci. Meglio, magari ci si vede sfruttando i social network, sfruttando la tecnologia. Ritengo che la preoccupazione nei confronti degli altri sia aumentata. Concludendo, la mia sensazione è che, non so se è la paura o una speranza, ci lasceremo alle spalle tutto ciò e ritornerà tutto come prima. È chiaro che in questo periodo di clausura forzata, ognuno di noi ha del tempo per guardarsi dentro. La sensazione che provo io è quella di voler fare di più e penso che sia una cosa che coinvolge un po’ tutti: altre persone avranno questa sensazione. Cosa fare? Non lo so. Io nel mio piccolo, per la divisa che porto, lo sto facendo. Sono una goccia in mezzo al mare ma ci proviamo. Tutti insieme, ce la faremo.

Antonella

Cosa dire e cosa ricordare di questo drammatico periodo come volontaria della Croce Rossa? Sono diverse le sensazioni, i dubbi, le paure vissute e riconoscibili nella tensione palpabile presente sul viso di Claudio in quei giorni (il Presidente del Comitato, ndr).

All’inizio di marzo è stato tutto un crescendo: un prendere coscienza delle difficoltà che questo virus ci stava causando. E i dubbi: continuo o mi fermo? Per mio marito, per i miei genitori anziani, per i miei nipotini piccoli, per la paura non tanto di ammalarmi ma di contagiare i miei cari. No, mi sarei sentita una vigliacca. Rinunciare a qualcosa in cui credo, a un giuramento fatto quando ero infermiera.

Dei miei turni di 118 come capo equipaggio, ricordo sono la vestizione. Eravamo ingolfati con i DPI completi, la maschera tipo piscina subito appannata (accidenti!) e i pronto soccorso degli ospedali trasformati in lazzaretto; letti ovunque nelle sale d’attesa, le ambulanze in attesa di scaricare, con il personale tutto bardato; i protocolli modificati radicalmente. Sono orgogliosa in particolare di un’uscita fatta, tra l’altro, su un nostro amico di famiglia Covid conclamato dalle radiografie e seguito a casa da ATS. Siamo stati chiamati per problemi respiratori: desaturava. Erano i giorni peggiori dell’emergenza: gli ospedali erano strapieni. Alla fine fortunatamente lo abbiamo portato in un pronto soccorso perchè il giorno dopo ha avuto un embolia e a casa non si sarebbe salvato! Ho uno splendido ricordo della solidarietà e dell’aiuto reciproco, della disponibilità di alcuni tra noi volontari di CRI in sede in questo periodo di cambiamenti radicali, di distanziamento sociale e di cambio di abitudini. Splendida e commovente la riconoscenza delle persone verso noi volontari.

Durante un’uscita mentre aspettavamo che la centrale ci desse l’ospedale di destinazione, un carabiniere ci ha detto: “Grazie per quello che fate e siete anche volontari!”. Un aneddoto: una sera alle 19 ero in sede a compilare il rapportino dopo un trasporto di un dializzato, è suonato il telefono. Era un signore anziano Covid positivo, disperato perché aveva bisogno di un farmaco. Sono andata in farmacia a prenderglielo e gliel’ho consegnato. Bene, ho pensato, si va a casa, è tardi. Mi cambio e suona il telefono: è ancora lui. Non riesce ad aprire le gocce. Piange. Riesco a tranquilizzarlo ma non posso andare da lui. Calma – gli spiego – c’è la sicura per i bambini. Gli dico di prendere una pinza o lo schiaccianoci. Passa un po’ di tempo, non riesce, riprova e alla fine: fatto. Olè, missione compiuta! La CRI cerca di fare di tutto, di essere vicina alle persone.

Volontario

All’inizio, penso che sia uno scherzo: sospendono le partite dei ragazzi. Ma dai, che assurdità! Sabato 22 febbraio, mezzanotte, minuto più, minuto meno; sto camminando verso casa, abbiamo appena terminato un’ottima cena con amici. Nel gruppo dei genitori di calcio, una mamma scrive che il CSI ha sospeso il campionato, magari anche la FIGC ha deciso di fare così; sorrido, beata ingenuità: “Vi piacerebbe avere una domenica libera, eh?”. Per scrupolo, controllo il sito del CR Lombardia: è vero! Tutto fermo, a partire già dal giorno successivo. Non capisco né l’urgenza, né la gravità, men che meno il motivo. Che nervi. Era una partita che potevamo vincere! Va beh, la recupereremo a breve.

Iniziano più o meno così i miei ricordi. Domenica 23 febbraio, pomeriggio, faccio il turno 118… da autista. Non mi piace! Si parla di contagi, di studenti di Codogno che sono stati lasciati liberi di tornare a casa, di scuole che chiudono, di casi sospetti anche in PS a Merate; usciamo su un ragazzo che si è fatto male giocando a basket, e si scherza sul fatto che “vi conviene giocare oggi, prima che vi chiudono i campetti”. Arriviamo in pronto soccorso e c’è una ambulanza che, dicono, deve fare un trasferimento a Lecco con un paziente “che forse ha il coronavirus”. Noi abbiamo fatto il nostro, stiamo pulendo il nostro mezzo, ci sediamo sulla panchina fuori dal PS perchè vogliamo vedere l’ambulanza “con quello che forse ha il coronavirus”. Immaginiamo chissà che cosa. È qualche giorno che in TV e sui giornali mostrano le barelle di biocontenimento: sembrano delle serre. Magari le hanno anche a Merate ma rimaniamo delusi, non si vede nulla. “Dai diamo il libero, il rientro e via, abbiamo forse ancora qualche dolce in sede da finire, speriamo che il cambio arrivi puntuale, ma domani i bambini vanno a scuola?”

Nella settimana che segue, stop alla didattica, stop al corso per nuovi volontari, stop al corso per l’uso dell’ECG… Penso che tutto ciò sia assolutamente insensato: fermano la formazione. Penso che lo facciano solo per dare seguito alla chiusura delle scuole “di ogni ordine e grado”, penso che qualche capoccia, lassù, ha manie di protagonismo, penso che sia quantomeno assurdo. L’Italia si divide tra “è una banale influenza”, “siamo pronti ad affrontare questa emergenza”, “il rischio pandemia è reale”. Io voto per “è una banale influenza”. Qualche gufo del malaugurio inizia ad indossare la mascherina! Penso a tutte quelle che avevamo sulle ambulanze. Le chirurgiche, ingiallite dagli anni di inutilizzo e dall’aria, spesso viziata, del vano sanitario. Penso alle P2 e alle P3 che abbiamo comprato per una maggiore tutela dei volontari e dei pazienti, e che nessuno ha mai indossato; le stesse si fanno notare solamente durante la check list iniziale… un po’ come “padellaepappagallo”, “apriboccaviteascalpello”, “pilapenna”, che si accende solo quando provi se funziona!

Dei turni di lunedì 24 pomeriggio e “seraenotte” di sabato 29 febbraio non ho particolari ricordi; i giorni successivi ci arrivano mail con nuovi protocolli, mail che smentiscono i nuovi protocolli, mail che correggono la smentita dei nuovi protocolli. Continuo a pensare alla banale influenza, continuo a pensare che tutto questo sia un allarmismo ingiustificato. Venerdì 6 marzo: classico turno notte; se c’é una seconda certezza in questa vita, è che non si esce mai! Le nuove direttive sono chiare: il capo equipaggio – povero sfigato – va avanti da solo e si presenta al paziente, gli misura la temperatura, indaga sul criterio ambientale: chi è stato nella zona rossa o chi ha avuto contatti certi con persone positive, è un soggetto a rischio; tutti gli altri no. La mossa geniale è che mandando avanti il capo. Così il rischio remoto, remotissimo del contagio è ridotto ad una sola persona. L’autista si salva, il terzo pure! Il quarto è già stato temporaneamente segato da una delle tante mail con protocolli, smentite e correzioni alle smentite.

Sabato 7 marzo avremmo dovuto andare a cena. Non una cena qualsiasi ma quella di Colle di Sogno: una sorta di reunion che si trasforma, già lo sappiamo, in una sfida man versus food. Ma l’hanno annullata perchè “ci sarà da fidarsi a andare in provincia di Bergamo?” . Passo in sede proprio durante il cambio turno tra gli equipaggi del pomeriggio e della sera, ed è forse la prima volta che mi rendo conto che il Covid è qualcosa di reale. Dicono che “a Lecco c’è un sacco di gente ricoverata a pancia in giù” perché pare che aiuti a respirare meglio. Controllino su Google: è vero! Ed io che ho sempre pensato l’esatto contrario.

La storia della “è una banale influenza” c’è ancora, ma via via sbiadisce con l’aumentare delle persone ricoverate in terapia intensiva, con le uscite effettuate in paesi lontani rispetto al consueto (con tanto di commento “ma si può mandarli là!?” dei volontari in perenne controllo di EmmaWeb), con il sempre più frequente accesso in strutture ospedaliere abitualmente sconosciute, con la comparsa in sede delle tute bianche, dei cappelli monouso e dei calzari. Sabato 14 marzo: grande classico, turno sera e notte; la tradizione vuole che nei giorni immediatamente precedenti ci si accordi con il resto del turno “se” (risposta scontata) e “cosa” (piccolo dibattito) mangiare. Ci troviamo un pochino prima del solito, perchè adesso “non si può arrivare già vestiti” e poi “sarà meglio leggere i protocolli”. Abbiamo appena appeso una nuova (un’altra!) bacheca proprio per dare ordine alla cosa. I ragazzi del turno del pomeriggio sono appena usciti sulla bergamasca; quindi decidiamo di attaccare la seconda ambulanza, “tanto non ci chiamano”. Divisione dei compiti: uno fa velocissimo controllo del mezzo, uno prepara la tavola, uno accende il soffritto! Cavolo, suona! Seconda ambulanza: sanno che non abbiamo il tablet e ci chiamano. Incredibile: suona pure il telefono! E poi? “Sei il capo equipaggio? Ascolta uscite su un sospetto Covid positivo, andate solo in due. Lascia in sede il terzo. Arriva l’auto medica. Chiamami non appena sei in posto”. Che casino! Dai, iniziamo a cambiarci. Allora, riepilogo: cappellocalzaritutamascherapitreocchialiguantiguantiguanti… e le tasche? Dove metto InPrimis? E la penna? Gli occhiali si sono già appannati. Partiamo…

La cosa che più ricordo della prima uscita Covid è il buio. Non è solo mancanza di luce, è proprio la sensazione di un qualcosa che ti circonda e che si avvicina. Per una questione pratica, devo decidere se tenere i miei occhiali da vista o quelli di protezione, insieme non ci stanno. Scelgo i secondi, quindi perdo quei “decimi innaturali” prodotti dalle mie lenti; in più la tuta limita i movimenti, la mascherina è scomoda, i calzari stanno insieme per miracolo. Speravo che togliendo i miei occhiali, avessi risolto il problema dell’appannamento. Invece mi rendo conto che non è così: progressivamente anche gli occhiali di protezione diventano una barriera tra i miei occhi ed il mondo esterno. Fortunatamente assieme a noi arriva l’auto medica. Li aspetto ed entriamo insieme in casa del paziente. Chiedo all’infermiera di darmi una mano perché vedo a fatica. Ci coordiniamo in qualche modo, anche se a me sembra di essere in un mondo ovattato, dove le luci, i suoni, i colori, mi arrivano con qualche secondo di ritardo rispetto alla normalità. Faccio fatica a riconoscere chi mi sta attorno, sono goffo ed impacciato, quasi non vedo il gradino all’ingresso della casa. Sfioro col pensiero il divino. Riusciamo a far accomodare il paziente sull’ambulanza, poi – da protocollo – mi svesto (anche questo aspetto crea notevole tensione!) e salgo sull’auto medica, direzione Lecco.

Lì, mentre attendiamo che ci accettino, rivedo il film dell’uscita chiedendomi se ho commesso qualche errore o cavolata che poteva essere evitata. Comincio a pensare che “se va avanti così, sarà dura”. Non è un turno leggero, usciamo ancora, e poi ancora. Una volta ci destinano a Erba, dove il dottore sale in ambulanza per valutare la paziente. Un minuto e via: dimissioni e tutti a casa. Non so cosa dire, quasi mi viene da chiedere scusa ai parenti. Non ho ancora maturato l’idea (si farà strada nei giorni seguenti) che, se in generale è meglio non andare in ospedale, in questo periodo lo è ancora di più. Anche solo il sospetto di essere entrato in contatto con il Coronavirus è una cosa antipatica, perché te lo senti addosso. Come se ti si fosse appiccicato alla divisa. Il giorno dopo non sono così rilassato. Ho la sensazione di avere il virus sulle mani, sui vestiti e nelle scarpe. Rapidamente mi accorgo che sarebbe meglio evitare i contatti, anche coi familiari più stretti, perché ormai della banale influenza non c’è più nulla, l’incontro ha cambiato idee, abitudini, prospettive.

Mauro

Sono un “vecchio” volontario del Comitato di Merate della Croce Rossa Italiana. Vorrei raccontarvi cos’è per noi volontari la bestia che gli scienziati chiamano Sars-CoV-2.

Partiamo da febbraio dove inizia il percorso di questo virus. Arriva la richiesta da parte della nostra Sala Operativa Regionale di assistenza negli aeroporti milanesi. Merate risponde “presenti” ed un certo numero di volontari vengono distaccati a Linate, per vigilare e fare sorveglianza sanitaria su tutti i passeggeri in arrivo. Squadre di 3 volontari coadiuvati da un medico o da un infermiere del Ministero della Sanità. Questo servizio è continuato anche a marzo, fino alla chiusura dello scalo milanese.

Si torna in sede, operativi con i primi casi di polmoniti “strane”, i primi protocolli emanati da AREU, le prime paure ad ogni suono della campana (modo di dire interno all’Associazione per definire l’attivazione di una missione 118).

In questo periodo inizio a non stare benissimo: tosse fortissima, pochissima febbre. Mi reco dal mio medico che mi prescrive qualche farmaco e mi dice di stare a casa dal lavoro per una settimana. Passa la settimana ed i sintomi invece che sparire aumentano e allora mi invia in radiologia all’ospedale di Merate per eseguire una radiografia al torace. Esito: polmonite! Fortunatamente una polmonite tradizionale non Covid. Una brutta polmonite davvero: terapia da cavallo e prognosi lunga. Ricordo con tristezza quei giorni passati a casa malato e con il peso nel cuore di non poter aiutare i colleghi e la popolazione.

Siamo infatti arrivati nelle due settimane centrali di marzo: le settimane più terribili della nostra storia. Quando la mia condizione me lo consentiva, sentivo telefonicamente i ragazzi del 118 e mi descrivevano una situazione davvero pesante sia a livello fisico che a livello psicologico. Mi raccontano di come quasi tutti si commuovono quando chiudono il portellone dell’ambulanza dopo aver caricato il paziente a bordo e incrociano lo sguardo del figlio, del nipote, della moglie. Sanno entrambi che molto probabilmente quella è l’ultima volta che hanno la possibilità di parlarsi, di salutarsi. Piano, piano mi rimetto in piedi ed inizio a lavorare da casa per il Comitato: ricopro il ruolo di delegato di obiettivo, proprio quell’obiettivo che si occupa di grandi emergenze, disastri e situazioni catastrofiche. Quindi PC acceso tutto il giorno, email e contatti diretti con la Sala Operativa e con il mio Presidente.

Intanto la bestia sta facendo il suo corso, sta mietendo migliaia di morti e lasciando famiglie distrutte. Ho qualche amico che ha perso i genitori, non potendo neppure salutarli per il loro funerale in quanto messo in quarantena; sento dalla sua voce al cellulare, lo stesso racconto che mi facevano i ragazzi del 118 e mi commuovo. Arriviamo al 4 maggio e torno finalmente a “fare 118”.

Un lunedì pomeriggio, suona la campana e si va. Primo servizio dopo il periodo di stop obbligatorio ed è subito un servizio probabilmente Covid positivo: vestizione come fossimo marziani (tuta, mascherina, calzari, guanti, cuffia, schermo) e un caldo allucinante. Si svolge il servizio, svestizione seguendo attentamente il protocollo e sanificazione dell’ambulanza e di tutti i presidi utilizzati. Tempi lunghissimi per ogni missione ma giustamente la sicurezza degli operatori prima di tutto.

Prima esperienza su un paziente probabilmente positivo al Covid-19. Per concludere, questo virus ha cambiato la vita del mondo e ovviamente anche il modo di fare soccorso è cambiato. Tutto ora è molto più lento, è più difficile muoversi così bardati e si va sempre con i piedi di piombo perché la paura è, e deve essere, la nostra alleata. Da parte mia rimane il grande orgoglio di appartenere ad un’Associazione che con tutti i suoi difetti ha combattuto questa guerra in prima linea e l’ha combattuta con un lavoro impressionante di volontari, che hanno buttato il cuore oltre l’ostacolo.

Alda

Sono Alda, Aldina come mi chiamano in sede. Ormai da due anni per oltrepassati termini di età non svolgo più emergenza, facevo parte del mitico equipaggio del martedì mattina chiamato “geriatric team” dagli infermieri del Triage di Merate.
Non partecipo più personalmente alle esperienze dirette di questa emergenza che ci ha travolto come un ciclone ma ascoltando i racconti dei miei colleghi e amici sono ben conscia degli sforzi e problemi a cui sono andati incontro, emozioni indimenticabili.
Quando vedo in TV gli equipaggi dei soccorritori non posso che sentirmi commossa di far parte di questa grande famiglia. Da parte mia faccio quello che posso, trasporto i dializzati, effettuo servizi secondari e cerco di dare la massima disponibilità visto che alcuni volontari hanno preferito non svolgere il servizio in questo periodo.
Il mio compito importante in questo momento è quello di sovraintendere alla sanificazione della sede, siamo un gruppo che si è detto disposto a sanificare la sede ogni giorno, tutto quello che è possibile veicolo di infezione viene disinfettato e pulito con accuratezza.
Potrebbe sembrare poco, ma sapere che tutti possano recarsi in sede senza aver timore di potersi contagiare è motivo di grande soddisfazione. Questa è la mia piccola goccia che serve ad alimentare il nostro grande mare.

Volontaria

Mi preparo ed esco per affrontare il primo turno durante l’emergenza, verso metà Marzo. I protocolli li ho letti talmente tante volte per essere pronta e ricordarmi cosa fare che ormai li so a memoria. Suona per un sospetto Coronavirus e noi ci prepariamo per uscire vestendoci con attenzione, aiutandoci a vicenda e controllando che ogni centimetro del corpo sia protetto.
I problemi – se così si possono chiamare – iniziano quando al telefono la centrale mi dice che l’ospedale di destinazione è Erba e noi ci troviamo a Brivio. Perché chi li ha messi in conto tutti quei km da trascorrere con una persona che ha visto tg e notiziari tutti i giorni ormai da settimane e sa cosa lo aspetta? Comunico l’ospedale di destinazione alla famiglia, loro prontamente mi chiedono cosa devono fare. “Signora, dovete aspettare, dovete restare a casa”, rispondo. In quel momento si vede la preoccupazione di chi a casa ci deve rimanere, aspettando una telefonata dai medici e senza sapere quando arriverà e quali notizie si porterà dietro. 
L’autista accende le sirene e partiamo. Io mi siedo dietro in ambulanza, vestita da capo a piedi, accanto ad una persona che già prima di chiamare il 112 era consapevole di essere positiva al Covid-19. L’unico modo di comunicare è attraverso lo sguardo, ma ogni volta che i nostri sguardi si incontrano riesco a leggere tutta la preoccupazione che si sta portando con sé; per aver lasciato a casa i suoi affetti più cari e per tutto ciò che dovrà affrontare in ospedale lontano da loro. Vorrei trovare un modo per distrarlo, per rassicurarlo, ma non riesco a dire “andrà tutto bene”.
“Andrà tutto bene” è proprio una bella frase, l’ho letta tante volte sui social, appesa ai cancelli delle case oppure disegnata sulle porte. Un bel messaggio di speranza e positività, che in quel preciso istante non vedo. Come posso pensare che andrà tutto bene? Non riesco a mentire e dire che tutto si sistemerà presto, non posso fare una promessa così grande. È un bel messaggio, ma per chi perde il padre, il marito, lo zio o il nonno non sta andando tutto bene. Una volta arrivati in ospedale, l’attesa prima di poter entrare in pronto soccorso sembra interminabile. Davanti a noi ci sono due ambulanze che aspettano il proprio turno. Gli rivolgo un sorriso nascosto dalla mascherina, sperando lo percepisca attraverso lo sguardo. Resto con lui e gli assicuro che l’attesa è quasi finita, gli auguro buona fortuna e lo lascio nelle mani esperte di medici ed infermieri.
Durante il viaggio di rientro in sede resta solo un lungo silenzio riempito da una nuova consapevolezza: il virus c’è, ma il pericolo viene percepito lontano finché non ti tocca da vicino.

Chiara

Da otto anni sono soccorritrice 112 della Croce Rossa Italiana – Comitato di Merate, da un paio di anni responsabile della formazione dei Volontari ed esattamente da febbraio di quest’anno faccio parte del Consiglio Direttivo del nostro Comitato. Per me la Croce Rossa è davvero una seconda casa. Prima di tutto questo, ci si trovava in sede oltre che per i turni 118 e secondari, anche solo per condividere una cena in allegria, una torta di compleanno o per progettare eventi. Tra risate e litigi, si andava d’accordo per un unico scopo: aiutare gli altri facendolo insieme. Quest’anno mi era stato affidato il ruolo di Consigliera, quindi una responsabilità in più, nuovi progetti da realizzare e la cosa mi riempiva di gioia e di energie nuove. Ma poi, non ricordo nemmeno il giorno esatto, sui social e ai telegiornali parlavano di questo Coronavirus che aveva colpito la città di Wuhan in Cina.
Preoccupante, ma così lontano da noi, e invece… È arrivato fino a noi: in Italia, il nostro Paese. I giorni si sono fatti più problematici, con paura si affrontava la quotidianità. Ma nell’aria si sentiva che qualcosa stava completamente cambiando la nostra vita. Da Codogno, a Bergamo, a Lecco. Piano piano questo Covid-19 si avvicinava a noi. Ricordo che un sabato mattina di fine febbraio, avevamo il corso per i nuovi Volontari in sede e ricevetti una comunicazione urgente dal Direttore Sanitario CRI Lombardia: “Sospensione di tutte le attività formative fino a nuova comunicazione”. La mia testa esplose di punti interrogativi, corsi in sede a leggere tutte le importanti e tempestive comunicazioni, sospesi il corso Volontari (con molto dispiacere) e da lì tutto partì. Ogni giorno una comunicazione, un nuovo protocollo e delle nuove line guida. Il virus modificò tutti i nostri comportamenti. Più che da Volontaria soccorritrice, questa emergenza all’inizio l’ho vissuta da responsabile. Tutti noi del nuovo Consiglio ci siamo precipitati a capire tutti questi nuovi DPCM e protocolli AREU/CRI (una cosa nuova, anche se per me non troppo visto che lavorando nel campo dell’assistenza sanitaria domiciliare già ero a conoscenza di diversi procedimenti). La nostra preoccupazione principale era come fare a gestire con questa emergenza tutti i servizi secondari, i dializzati, il 112 ma soprattutto tutelare la sicurezza di tutti i Volontari. Principalmente, insieme al responsabile dei Volontari, mi sto occupando delle procedure per i servizi emergenza-urgenza 112, protocolli, linee guida, situazioni diverse dalla nostra “normalità”.  Le domande, le insicurezze, le paure, le ansie. Un’esplosione di emozioni complesse da gestire tutte insieme. E allora mi sono detta: Chiara, fermati un momento, fai un respiro profondo, pensa a ciò che devi fare: “AIUTARE chi ha bisogno”. E da qui ci si rialza e si lotta. Le uscite diventano complesse, seguire in maniera corretta la vestizione con i DPI (tuta, calzari, cuffia, mascherina, occhiali) non é semplice, arrivare sull’evento e accedere al paziente da soli o in due (quando prima collaboravamo in 3/4 soccorritori), gestire il paziente che con occhi preoccupati ti fa mille domande e spera nelle migliori risposte che non sei capace di dare, spiegare ai loro familiari che non possono accompagnarci in ospedale, vedere le loro paure, i loro pensieri, il loro timore di non rivedere più il loro parente. Prima il debriefing post-uscita era sono uno scambio di parole per confrontarci, adesso diventa un supporto emotivo importante per tutta la squadra. Sì, perché parlarne con qualcuno è la cosa più importante in questi casi. Ci aiuta a ridurre le distanze imposte dal distanziamento sociale dando a noi stessi un che di sicurezza (che ora come ora tanto ci manca) e ci consente di andare avanti riponendo più speranze in questo futuro sempre più offuscato.

Emanuela

Ero indecisa se scrivere la mia testimonianza (faccio una marea di errori) ma poi mi sono detta: provaci. È la stessa cosa che ho pensato quando è partita questa pandemia. Ragazzi, quando suona, che fifa! E leggi: sintomi Covid, deambula, non deambula, febbre, problemi respiratori? Ti vesti e pensi: mascherina, occhiali, doppi e tripli guanti, calzari e tutona. Avrò messo tutto? Cavoli, sono capo equipaggio: devo salire da sola in una casa che non conosco, gente che non so chi è. Parametri, InPrimis, malattie allergie, chiama… avrò fatto tutto? Mi sono resa conto di essere una persona forte, che sa riconoscere i propri limiti. Si può fare ma quanti dubbi. Sono felice perché ho superato la voglia di tirarmi indietro. Ho una scena fissa in mente che mi porterò sempre dentro. In piena pandemia, in PS portiamo un paziente con saturazione in aria 50, con ossigeno a 70. Lo mettiamo sul letto, mi giro e guardo un paziente con in testa quel pallone che non mi ricordo mai come si chiama (CPAP, ndr) e vedo terrore negli occhi. Mi guardava terrorizzato, disperato. Non mi sono resa conto se era uomo o donna ma quegli occhi fanno parte di me adesso. Non dobbiamo abbassare la guardia ma dobbiamo continuare la vita. Anche se non sarà piena di arcobaleni e di gente gentile come pensavamo… 

Volontaria

Era il 5 marzo 2020 quando, dopo mesi di addestramento e convincimento, mi apprestavo a fare il mio primo turno da capo equipaggio; le preoccupazioni erano tante, così come le cose importanti da ricordare e non sapevo bene se sarei stata all’altezza di questo ruolo. Si parlava già di Covid-19, ma a me sembrava una cosa ancora lontana. La zona più colpita era quella di Codogno, ma non era poi così vicina a noi. Le notizie dei media erano spannometriche, si vociferava sul fatto che ci fosse in atto una semplice influenza che colpiva le persone più deboli o con altre patologie già note e nel frattempo dalla Cina iniziavano ad arrivare i primi numeri relativi alle persone che erano state colpite, si contavano i casi. Quel giovedì ero stata a Milano per un corso di lavoro e ammetto di aver guardato un po’ scettica chi già girava con la mascherina. Arrivata al turno con un po’ d’ansia, non sapevo bene cosa sarebbe successo quella sera. Aveva iniziato a piovere, dal comitato era stata inviata un’e-mail contenente il primo protocollo che prevedeva un comportamento diverso in uscita rispetto a quello che avevamo sempre fatto, ma era solo l’inizio. I casi noti nelle nostre zone erano davvero pochi, conoscevamo i sintomi, ma eravamo stati avvisati che sarebbe stata l’attivazione della centrale operativa a fornirci maggiori dettagli. Giusto il tempo di controllare l’ambulanza, loggarsi e poi arriva il suono della campana. Ricordo solo di aver accettato la missione e aver letto su InPrimis “Bonate Sopra”, di aver atteso la stampa che riportava solo poche altre informazioni e di aver pensato: “Cavolo, fuori provincia e non abbiamo altri mezzi di supporto”. Sono salita sull’ambulanza al posto del passeggero – dopo tutto avevo già molti mesi di uscite e con me c’erano i miei compagni di equipaggio: non poteva essere poi così diverso, pensavo. Ma questa volta non sapevo nulla e quella pioggia battente e quel viaggio così lungo, penso che me li ricorderò. Ad un certo punto infatti, ha suonato ancora InPrimis, come se ci fosse un nuovo messaggio per me ed è lì che ho realizzato che era un aggiornamento della missione: eravamo da soli e la chiamata era per una persona che aveva già allertato il numero utile per il Covid. Posso dire che è stato proprio in quel preciso momento che ho preso coscienza di quello che stava succedendo in Italia, di quello che era questa “cosa”. Abbiamo dovuto infilarci il camice, i guanti, la cuffia, i copri scarpe, la mascherina e, arrivati sul posto, anche gli occhiali – che tra la pioggia e il respiro affannato continuavano ad appannarsi. Al momento della chiamata alla centrale mi hanno detto: “Bergamo stasera è un disastro. Sento l’ospedale di Merate e ti richiamo, non so se posso mandarti lì”. Anche l’arrivo in pronto soccorso non è stato dei più tranquilli, ma diciamo che alle giornate/serate affollate eravamo già un po’ più abituati. Dopo quella sera, tutto è cambiato: non c’era più quella che fino ad allora era stata la normalità. Da lì a poco, tutte le volte che sono arrivata in sede c’era qualche nuovo aggiornamento, un protocollo che prevedeva il cambio in sede, la misurazione della febbre e tante altre cose. Ogni volta che si attaccava l’ambulanza, l’uscita era garantita e quasi sempre si conosceva il motivo della chiamata – quello che non era certo, era l’ospedale in cui la SOREU ti avrebbe inviato. Ammetto che in questi mesi la preoccupazione è stata tanta, non ho mai ricevuto così tante raccomandazioni come in questi momenti, dai miei famigliari con cui vivo o dagli amici che, sapendo del volontariato in Croce Rossa, mi scrivevano e si preoccupavano per me. Io stessa ero inquieta: non sapevo bene se quei dispositivi mi avrebbero protetta a dovere, ma nonostante ciò, in quel periodo così strano, ho deciso che non avrei smesso di fare turni. Mi è capitato di uscire da “sola”, ma ho sempre avuto la fortuna di ricevere il supporto del mio equipaggio, nonostante non potesse essere fisicamente lì come me, perché impossibilitato dalla situazione. È stato un periodo insolito e oggi, che finalmente siamo tornati – almeno un poco – alla solita quotidianità, finalmente Emmaweb non ci allerta più solo per uscite Covid, abbiamo intrapreso una nuova normalità: quelle tute bianche che ci hanno difeso dal virus sono ormai diventate i nostri scudi. E spero che oltre ai volontari o a chi lavora sul campo, nei vari pronto soccorso o negli ospedali, questa situazione e questa nuova normalità abbia insegnato qualcosa: non siamo così forti e invincibili, come forse credevamo, anzi siamo stati deboli e vulnerabili di fronte ad un virus, un nemico invisibile. Ora, nel momento della ripartenza dopo questa pandemia, spero e mi auguro che le persone tengano maggiormente alla loro salute, ma soprattutto che non vivano superficialmente la fase critica in cui siamo adesso. Si vede la luce in fondo al tunnel, ma siamo ancora lontani dalla fine ed è giusto non abbassare la guardia – cosa che personalmente non farò. Ammetto di aver inizialmente sottovalutato quello che stava succedendo, ma dopo aver vissuto la sofferenza e aver vissuto con mano le difficoltà negli ospedali locali quando tutta l’Italia era zona rossa, dopo aver passato 42 giorni chiusa in casa, ho voglia di vivere tanti anni “normali”, ma lo farò con una consapevolezza diversa: non dando per scontato quello che abbiamo perché nessuno è invincibile. Speriamo che questo Virus passi e che resti solo un brutto ricordo, una pandemia da leggere sui libri di storia per non dimenticare.

Luca

Ho pianto ed ho mentito. Ecco cosa ho fatto a marzo e per buona parte di aprile. Ho pianto dalla preoccupazione e dalla paura per me e per i miei cari, ho pianto per lo stress emotivo che noi soccorritori ci siamo trovati a gestire (che non ti insegnano in nessun corso), ho pianto per alcune scelte che ho dovuto prendere per altri, pieno di dubbi di aver fatto la cosa giusta. Ho pianto tanto ma ho mentito tanto. Ho mentito a quella signora anziana che mi ha chiesto se sarebbe riuscita a rivedere i suoi nipotini, ho mentito a quel figlio che mi ha chiesto se suo padre sarebbe tornato a casa, ho mentito a quella moglie che in cima alle scale mi ha chiesto se suo marito avesse risposto al suo “ti voglio bene”. Ho mentito a me stesso convicendomi che tutto andava bene quando non era affatto così. Ma nelle ultime settimane ho smesso di piangere e di mentire perché si è iniziato a vedere uno spiraglio di luce grazie al sacrificio di tanti, ciascuno secondo le proprie possibilità. Il buon umore è tornato, per fortuna. Questi sentimenti accomunano tanti volontari del soccorso con cui ho parlato, con cui mi sono scritto o ho semplicemente guardato: siamo chiamati ad essere professionali senza essere professionisti. Quindi io mi appello al buon senso di tutti, davvero: che questa fase 2 sia fatta bene da parte di ognuno per evitare di fare una tabula rasa di tutti i nostri sforzi e ripiombare nel baratro. Grazie.